FOTOGRAFA / VISUAL ARTIST

Francesca Rao

die Leere

Testo: Francesca Rao

 

In arte l’horror vacui, il terrore del vuoto, è quasi una fobia patologica che porta l’artista a riempire in modo compulsivo ogni parte della sua opera per non lasciare spazi liberi. La percezione comune che abbiamo è che, tutte le cose sono piene, e che il vuoto sia la mancanza del pieno, il nulla.

Ma secondo la concezione aristotelica del mondo, la natura rifiuta il vuoto. Aristotele era giunto a questa conclusione osservando che quando da un luogo viene tolta tutta la materia, producendo appunto il vuoto, immediatamente nuova materia vi si precipita a colmarlo.

Personalmente, davanti all’angoscia del vuoto, come reazione ad essa, la mente ha messo in moto difese che provano a contrastare la paura di caderci dentro. Ho dato spazio al vuoto, un’identità, un confine, una luce.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’installazione fotografica è composta da:

cornici a cassonetto formato 50x50 cm

diapositive 6x6 cm

light box

 

anno di realizzazione 2019

autore Francesca Rao

Testo: José Vicente Quirante Rives

 

Poveri fotografi dei nostri tempi saturi di immagini. Per quanto fotografare sia lontano dagli scatti senza sosta del nostro tempo, l’abuso del linguaggio non aiuta chi lo fa riflessivamente.

E allora perché guardare le fotografie di Francesca Rao quando avremmo voglia di chiudere gli occhi per nonguardare più? Concordiamo con Susan Sontag quando afferma che la fotografia ci da una grammatica e un’etica del vedere, e quindi se la grammatica del proprietario del telefonino è analoga a quella della scimmia e la sua etica identica a quella del tardocapitalismo, cosa ci offre Francesca Rao? In partenza, e per quanto

riguarda la grammatica, die Leere svuota parzialmente le immagini riportandoci al collage, non sembrano più scatti, si sente l’intervento postumo che vuole andare oltre la fotografia.

Le figure sono tutte femminili in un tempo che non sembra il nostro, ma non lontanissimo, un passato recente carico di memoria che ancora è possibile rievocare con i nostri ricordi, un tempo dove le immagini avevano un’altro peso.

Per quanto riguarda invece la proposta etica, Francesca Rao sceglie di

togliere. Le immagini sono frontali e ci viene tolto lo sguardo di chi viene

fotografato così come parte del contesto. I presocratici affermavano che tutto è animato (Talete) e che niente è fuori dall’essere (Parmenide), e così sono i vuoti di Francesca Rao, animati ed essenti. Vuoti per riappropiarci di ciò che ci è stato tolto. Nel nostro tempo saturo di immagini Francesca Rao ci offre un amor vacui, dove l’apparente assenza ci interroga e ci invita a partecipare con ciò che il tardocapitalismo scimmiesco ci ha tolto: l’immaginazione. Quando nessuna immagine riesce più a farsi vedere, non resta che svuotarla. E guardando poeticamente il vuoto immaginare un nuovo inizio.

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